Agricoltori in rivolta a Bruxelles: proteste violente mettono in scacco l’UE su Mercosur e PAC
Bruxelles, 19 dicembre 2025 – La capitale dell’Unione Europea è stata teatro ieri di una delle più grandi proteste agricole degli ultimi trent’anni, con oltre 10.000 allevatori e agricoltori provenienti da tutti e 27 gli Stati membri che hanno paralizzato il quartiere europeo. La manifestazione, indetta in concomitanza con un Consiglio Europeo, è degenerata in scontri violenti con la polizia e ha costretto all’evacuazione di parte del personale del Parlamento europeo.
I manifestanti, giunti con circa un migliaio di trattori, hanno lanciato un duplice e netto rifiuto: all’Accordo commerciale tra UE e Mercosur, ritenuto una minaccia esistenziale per il settore, e alla proposta della Commissione europea di tagliare drasticamente i fondi della Politica Agricola Comune (PAC) nel prossimo bilancio pluriennale (2028-2034).
La tensione è esplosa a Place du Luxembourg, a pochi passi dal Parlamento europeo. I manifestanti hanno iniziato a lanciare patate, uova, barbabietole, pietre e bottiglie contro le forze dell’ordine, appiccando fuochi con pneumatici e danneggiando le vetrate dell’edificio “Station Europe”.
La polizia, per disperdere la folla, è intervenuta prima con cannoni ad acqua e successivamente con lancio di gas lacrimogeni e fumogeni. Gli scontri, seppur concentrati, hanno provocato feriti tra i manifestanti e creato enormi disagi nella circolazione della capitale belga.
Al centro della piazza, un simbolo potentissimo ha catturato l’attenzione: una bara di legno, etichettata con la parola “agricoltura”, data alle fiamme dai dimostranti. Un’immagine che sintetizza la percezione di un intero settore che si sente tradito e messo in pericolo dalle istituzioni di Bruxelles.
La rabbia degli agricoltori non è scoppiata per un solo motivo, ma per la convergenza di due politiche europee percepite come profondamente dannose.
1. L’Accordo UE-Mercosur: la paura della concorrenza sleale
Il primo bersaglio è l’Accordo di Partenariato con i paesi del Mercosur (Argentina, Brasile, Paraguay, Uruguay), sul quale i leader europei erano chiamati a esprimersi. Questo accordo, il più grande mai negoziato dall’UE in termini di popolazione coinvolta, eliminerebbe i dazi sul 92% delle importazioni dai paesi sudamericani.
Per gli agricoltori europei, questo significherebbe l’apertura delle porte a un’ondata di prodotti a basso costo – come carne bovina, zucchero ed etanolo – prodotti secondo standard ambientali, sanitari e sociali meno rigorosi di quelli imposti in Europa. Una concorrenza, a loro dire, intrinsecamente sleale.
“Noi chiediamo un semplice principio, quello della reciprocità: le stesse regole imposte alle imprese agricole italiane ed europee devono valere quando importiamo prodotti da altri continenti”, ha dichiarato con forza Ettore Prandini, presidente nazionale di Coldiretti.
2. Il “taglio folle” alla Politica Agricola Comune
La seconda fonte di indignazione è la proposta della Commissione von der Leyen per il quadro finanziario pluriennale 2028-2034. La riforma prevede di accorpare i fondi della PAC in un “Fondo Unico” nazionale, insieme ad altre politiche come la Coesione, con una conseguente drastica riduzione delle risorse dedicate all’agricoltura.
Secondo le associazioni di categoria, questo si tradurrebbe in un taglio di 90 miliardi di euro per il settore a livello europeo, di cui 9 miliardi graverebbero sulla sola Italia. Una scelta ritenuta suicida in un momento in cui altre potenze globali, come Stati Uniti e Cina, stanno aumentando gli investimenti nel settore primario.
“La proposta von der Leyen condanna il futuro del settore”, ha affermato Cristiano Fini, presidente della Cia, stimando che solo in Italia si rischierebbe la chiusura di oltre 270.000 aziende, con punte del -51% nel comparto zootecnico del Sud.
Mentre fuori infuriavano le proteste, all’interno dell’Europa Building i leader dei 27 Stati membri erano profondamente divisi sulla questione Mercosur.
Le trattative diplomatiche si sono svolte anche dietro le quinte. Il presidente brasiliano Lula ha rivelato di aver parlato con Meloni, la quale gli avrebbe assicurato di non essere contraria all’accordo in sé, ma di avere bisogno di “una settimana, 10 giorni, al massimo un mese” per convincere gli agricoltori italiani. Una richiesta di tempo che sembra aver trovato un primo riscontro.
Proprio per venire incontro alle preoccupazioni dei paesi contrari, nei giorni scorsi l’UE aveva approvato clausole di salvaguardia aggiuntive per il settore agricolo. Questo non è bastato a placare le proteste, ma ha creato lo spazio per una soluzione negoziale.
La presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, ha annunciato la necessità di “qualche settimana in più per affrontare alcune questioni con gli Stati membri“, rimandando di fatto la firma. Secondo fonti ufficiali, von der Leyen ha raggiunto un accordo con Meloni per un rinvio, a condizione che l’Italia sostenga l’accordo a gennaio.
Nel frattempo, i vertici delle istituzioni UE hanno incontrato una delegazione di Copa-Cogeca, l’organizzazione ombrello degli agricoltori europei, assicurando che “l’Europa è con voi” e promettendo sostegno e semplificazione.
Al di là dei numeri, la protesta di Bruxelles mette in luce una frattura profonda sulla visione del futuro dell’Europa.
I prossimi giorni e settimane saranno decisivi. La Commissione dovrà dimostrare di poter trasformare le promesse di salvaguardia in garanzie giuridiche solide e vincolanti. Solo così potrà convincere paesi come Italia e Francia e, soprattutto, iniziare a riconquistare la fiducia persa di centinaia di migliaia di agricoltori che si sentono in prima linea non solo per il proprio reddito, ma per la difesa di un intero modello di società.
Come ha dichiarato Tommaso Battista, presidente di Copagri, il messaggio che emerge da Bruxelles è chiaro: “La sostenibilità ambientale non può essere disgiunta da quella economica e sociale, poiché senza reddito non può esserci presidio del territorio“. Una lezione che l’Europa delle istituzioni sembra ora costretta ad ascoltare.